Diceva un foglio bianco come la neve: "Sono stato creato puro, e voglio rimanere così per sempre. Preferirei essere bruciato e finire in cenere che essere preda delle tenebre e venir toccato da ciò che è impuro". Una boccetta di inchiostro sentì ciò che il foglio diceva, e rise nel suo cuore scuro, ma non osò mai avvicinarsi. Sentirono le matite multicolori, ma anch'esse non gli si accostarono mai. E il foglio bianco come la neve rimase puro e casto per sempre, puro e casto, ma vuoto.
Kahlil Gibran
Tenere duro qualche giorno e poi crollare, ormai sono tre settimane che la mia vita va avanti così. Senza che si veda la luce in fondo al tunnel. Non sopporto più questa ostilità che mi circonda, sguardi di sufficienza, pretese su pretese per soddisfare i bisogni di tutti ed espressioni scocciate ogni volta che dimostro di non essere all'altezza. Riconosco lo schema, sta scritto dentro di me che sono in grado di annullarmi per gli altri e loro lo sanno leggere perfettamente, anzi, chissà come di me riescono a vedere solo quello. Questa volta però non voglio, è lavoro porca paletta, LAVORO.
Sta diventando un incubo, in cui sono completamente sola e sprofondo sempre di più. Perdo la speranza.
Non mi importa se chi legge queste parole ritiene che io sia deficiente a ridurmi in questo stato per un lavoro, non è che si debba capire per forza.
Torno a casa solo per starmene lì a piangere, a tirare fuori in un'ondata viola tutto il dolore per ogni cosa del passato per cui ancora non sono riuscita a piangere: basta dare un input e si mette in moto tutto un meccanismo perverso. Infatti mi ritrovo a guardare le mie foto di quand'ero neonata, in braccio ad una mamma giovanissima che tiene il biberon. Dove vado a pescare per piangere così tante lacrime non lo so. Per la mamma o per la bambina, o per i loro occhi.
Credo di essere al limite.
Domani troverò ancora la forza, ma ogni ciclo dura sempre meno.
Sono disorientata, non ho punti fermi a cui appigliarmi, il terreno mi scivola sotto i piedi.
Devo andare avanti fino alla seconda settimana di settembre, ma finirò per farlo congelando tutto, altrimenti non potrò resistere così tanto.
Sono stanca morta, oggi ho sostituito almeno tre persone diverse contemporaneamente, ognuno con una mansione diversa. Dieci ore di lavoro frenetico, di cui una scarsa di ambulatorio, che però è bastata a far accumulare nuovi dubbi... Chissà, non so se caverò mai fuori un ragno dal buco.
In vacanza ho costretto il mio fidanzato a togliere tutti i copripiumini e le federe dai letti, perchè con i bottoni in giro non riuscivo a dormire. In Alto Adige però non si usano le lenzuola, cosa che implica l'impossibilità di comprarle, e che quindi ci ha costretti a dormire a contatto diretto con cuscini e piumini. Poco igienico per chi sarà passato dopo di noi, probabilmente, ma dico: perchè tutti gli appartamenti e gli alberghi usano biancheria da letto con bottoni? Che razza di mania è?
Il giorno della laurea è stato bellissimo, e l’ ho condiviso con le persone che sento più vicine: i soliti “pochi ma buoni”. Una parentesi di realizzazione e di serenità, un punto e a capo al rallentatore. Qualcosa di intimo che non posso descrivere a parole…
Dopo la laurea sono partita subito per la montagna, per quindici giorni di riposo. Non ho più scritto sul blog perché tutto quello che è avvenuto dopo è stato un precipitare di eventi, e ora sono due settimane e mezza che cerco di fare quello che dovrebbe essere mio lavoro, visto che sono ufficialmente un veterinario: in clinica hanno carenza di personale in questo periodo, e si aspettano che io sostituisca tutti con la massima indipendenza.
Ora, non so se sono io ad essere particolarmente ebete o se sono loro che chiedono troppo ad una neolaureata con esperienza pratica uguale a zero, comunque tutti stiamo notando che c’è un abisso enorme tra domanda e offerta di competenze. Immagino che i giovani colleghi che mi hanno preceduto siano stati molto più veloci ad imparare, ma anche che abbiano avuto modo durante la loro vita da studenti di pensare a se stessi e alla propria “vocazione” molto più di quanto non abbia potuto fare io. Tipo, proprio per prendere un esempio esagerato, mentre una delle mie colleghe si trovava a giocare al veterinario all’estero per l’Erasmus io stavo a casa a badare che non si ammazzasse nessuno. E questo non posso e non voglio farlo presente, anche se certi atteggiamenti di superiorità e di sufficienza mi spingerebbero a sputare un po’ di veleno…d’altronde non è colpa di nessuno se le cose sono andate come sono andate, ed è inutile prendersela con chi ha avuto una vita più facile facendosi coinvolgere da un attacco di invidia acuta.
Secondo tutti quanti io dovrei starmene lì da sola a condurre una visita dall’inizio alla fine, senza interpellare nessuno perché se no tanto vale che lo faccia un altro. E certo. Solo che io non ho casistica nel cervello, e anche nelle cose più semplici mi vengono mille dubbi: questi linfonodi saranno normali o ingrossati? Questo colore si può definire “pallido”? La vescica non la sento alla palpazione perché è vuota o perché non sto palpando nel modo giusto? E così via. Oggi sono stata dieci minuti buoni a palpare la trachea di un cagnetto per evocare il riflesso della tosse, senza averlo mai fatto prima, e quello non tossiva: stavo già per fare una radiografia al torace, perché se la tosse non è da trachea può anche essere da cuore, quando è arrivato un collega che con un gesto totalmente disinvolto ha provocato una tosse spaventosa. E a me non è stato comunque fatto vedere come diavolo bisognasse fare questa manovra. Ma anche capire che farmaci prescrivere è una cosa quasi impossibile per me: non so che protocolli usano per le varie patologie, e in ogni caso non conosco i farmaci che si trovano in commercio!
All’inizio pensavo fosse abbastanza normale, tenendo anche conto del fatto che la mia insicurezza di certo non aiuta, ma forse sono veramente imbranata e ignorante io, visto quello che i miei capi si aspettano da me. Loro si scocciano, ma io non me la sento di mandare a casa un cane o un gatto dicendo che va tutto bene con il dubbio di non aver saputo riconoscere un problema. E non mi sento nemmeno di impostare terapie alla cieca.
Nel periodo in cui ho frequentato la clinica prima della laurea dovevo stare prevalentemente in chirurgia, a fare assistenza: non ho mai seguito una visita dall’inizio alla fine in ambulatorio, e nessuno ha intenzione di seguire me adesso dandomi un feedback.
Sto facendo una fatica d’inferno, soprattutto cercando di tenere duro e non scoraggiarmi...non so se sono riuscita a rendere l’idea.
E in questo modo non sto comunque imparando quasi niente.
Ho una paura tremenda di dover mettere in un cassetto questa laurea, che ho conquistato con tanta fatica e determinazione. Allora mi rimarrebbe soltanto il ricordo di quella bellissima giornata, contaminato dal sottile dolore di aver dovuto buttare via tutto.
I diplomandi sedevano nelle file davanti e gli invitati in fondo alla sala. Il direttore prese la parola e si indirizzò alle allieve dicendo loro che sarebbero entrate in un mondo agitato e pieno di preoccupazioni; disse che era loro compito edificare un mondo nuovo, dopo la guerra nella quale era fatale che l’America entrasse. Finì invitandoli a continuare i loro studi per esser meglio in condizioni di affrontare la ricostruzione del mondo.
Francie ascoltava attentamente, molto impressionata; commossa, si promise che avrebbe aiutato a portare la “fiamma sacra” come aveva detto il direttore.
Poi fu recitata la commedia di un’allieva. Gli occhi di Francie bruciavano per tutte le lagrime che si tratteneva dal versare. Pensava che la sua commedia sarebbe stata molto migliore e che avrebbe fatto tutto quel che voleva la maestra se le avessero dato il permesso di scrivere la commedia.
Dopo la rappresentazione gli alunni salirono sul palcoscenico e ricevettero i diplomi. La cerimonia terminò al canto di “Star Spangled Banner” e col giuramento di fedeltà alla bandiera.
Fu allora che Francie ebbe un momento di angoscia.
La consuetudine voleva che si regalassero dei fiori alle giovani diplomate. Ma siccome non era permesso introdurre dei fiori nell’auditorio le maestre li mettevano nelle classi sui banchi delle alunne cui erano destinati.
Francie doveva tornare nell’aula per cercare il bollettino trimestrale, la penna e l’album degli autografi che aveva lasciato nel banco. Si armò di coraggio per affrontare quella prova, sapendo che non avrebbe trovato dei fiori perchè non aveva messo la mamma al corrente della consuetudine della scuola. A che cosa sarebbe servito infatti parlarne a Katie? A casa non c’erano soldi da sprecare per acquisti del genere.
Decisa a farla finita entrò in classe e si diresse verso la cattedra evitando di guardare in giro. L’odore dei fiori riempiva l’aria; la classe era piena del rumore delle ragazze che chiacchieravano, dei piccoli gridi delle alunne che scoprivano i mazzi di fiori destinati loro, dei complimenti, dei gridi di gioia.
Francie prese la pagella e vi gettò uno sguardo: quattro 10 ed un 5. Il cinque l’aveva avuto in inglese. Era stata la migliore scrittrice della classe, ed ecco che terminava l’anno con un voto appena sufficiente. Detestò la scuola, tutte le maestre in blocco e soprattutto la signorina Garnder. Le era del tutto indifferente di non aver ricevuto dei fiori. Sì, del tutto indifferente. Da qualsiasi punto di vista si esaminasse la cosa era un’abitudine idiota: “Ora andrò al mio banco e prenderò le mie cose. E se qualcuno mi parla gli dirò di star zitto. E poi me ne andrò per sempre senza salutare nessuno”.
Alzò gli occhi. “E’ semplice” pensò “il banco senza fiori è il mio”. Ma non c’era nessun banco senza fiori. Senza dubbio qualcuno aveva posto il suo mazzo di fiori sul banco di Francie. Lo avrebbe preso e restituito alla proprietaria dicendole con tono volutamente freddo: “Permetti? Devo aprire il mio banco”.
Prese il mazzo di fiori: erano due dozzine di rose rosse e profumate. Francie le tenne un attimo tra le braccia come se fossero state sue e poi diede un’occhiata al biglietto per vedere a chi appartenevano. E lesse il suo nome, accompagnato da qualche parola: “Per la mia piccola Francie nel giorno del diploma. Con i baci di Papà”.
Papà!
Non c’era dubbio possibile. La calligrafia era proprio quella di Johnny, bella ed accurata. L’inchiostro anche era proprio quello che avevano a casa. Forse era un sogno, un lungo sogno confuso? Ed anche Laurie era un sogno? E aveva forse sognato di lavorare da McGarrity? E la sua commedia? Ed il “5”? Mio Dio. Svegliarsi all’improvviso e trovare che tutto è normale! Forse Papà l’aspettava fuori.
Ma fuori non c’era che zia Sissy.
<< Papà è morto >> mormorò Francie a sè stessa.
<< Sì >> rispose Sissy. << Sono già sei mesi. >>
<< Non è possibile, zia Sissy. Guarda. Mi ha mandato i fiori. >>
<< Sta’a sentire, Francie. Quasi un anno fa tuo padre mi ha dato questo biglietto, due dollari e mi ha detto: “Il giorno in cui Francie avrà il diploma le manderai dei fiori da parte mia. Te lo dico oggi se per caso...dovessi dimenticarlo...”. Capisci? >>
Francie non potè trattenere le lagrime. Piangeva perchè era sicura di non aver sognato; piangeva perchè il troppo lavoro l’aveva resa nervosa, perchè si era tanto preoccupata per la mamma, perchè non avevano recitata la sua commedia, perchè aveva avuto un cattivo voto in inglese, perchè si era preparata a non ricevere dei fiori ed invece...
Sissy la prese per il braccio e la portò alla toletta, la chiuse in uno sgabuzzino e le disse: << Ed ora piangi. Ma sbrigati. La mamma si metterà in pensiero se vedrà che siamo in ritardo >>.
Io non escludo che l'omeopatia possa essere utile se affiancata (a volte anche sostituita) alla medicina tradizionale.
Ma da qui ad usarla come UNICA terapia per malattie come il diabete o addirittura il cancro...
Ci vuole una bella fantasia. E sicuramente un gran coraggio.
C'è questa new entry della clinica che io non riesco proprio a tollerare. Gli ho dato tante possibilità, più di quanto io sia solita fare, eppure ogni volta si conferma la mia prima impressione. E' un tizio che è stato stampato con la matrice dell'Orso, anche se un po' meno avvenente e con minori capacità di calcolo (e quest'ultima cosa va a suo vantaggio).
Gli darei volentieri un pugno in faccia. Non sempre, ma diciamo spesso.
Si diverte un mondo a trattarmi come una piccola idiota, e il più delle volte lo fa anche in modo gentile: cosa odiosa, perchè non mi permette di mandarlo esplicitamente a cagare. Altre volte mi risponde proprio male. Questo succede solo in presenza di altre donne, attenzione: psicologia contorta, anche costui. Li cerco proprio col lanternino. Quando siamo da soli invece è abbastanza innocuo...che abbia bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno? O a se stesso? Mah.
Oggi eravamo da soli.
Gatto ciccione, di una certa età, deve essere anestetizzato per un piccolo intervento.
"Pelo medio, forse ha qualcosa del Persiano: ricordati di controllare sempre questi gatti per eventuali cardiopatie". Prende il fonendoscopio, ausculta. "Ehhh...senti che soffio! Quattro sesti e dhfk vmkasadok vdfs!!!" tanto per dire che ha biascitato delle parolone imponenti che non ho capito.
"Aspetta, voglio sentire anch'io, che non sono capace.".
Ausculto. Si sente sì un soffio bello in ritmo con il battito cardiaco, ma noto che è in ritmo anche con il respiro, e oso chiedere "Come si fa a capire se è un soffio cardiaco o se è il rumore dell'inspirazione?". Al che quello mi guarda con sufficienza, e chiude le narici al gatto in modo da escludere tutti i rumori respiratori.
"Ah ecco" penso "potevo anche arrivarci da sola ma come al solito sono troppo indietro".
Però adesso sento il battito ma nessun soffio.
Riprova lui, sempre col gatto in apnea: "Eh dai! Se non senti questo soffio...!".
Riprovo io, e oh, non lo sento.
Sarò deficiente, mai negato.
Il gatto si fa il protocollo anestetico per cardiopatici.
Dopo l'intervento mi occupo io del risveglio, e siccome sono lì da sola vado a prendere di nuovo il fonendoscopio, perchè questa storia che non riconosco un mega-soffio mi fa sentire proprio una merda.
Ausculto.
Niente soffio.
Ma questa volta non ci sto, e interpello tutti gli altri medici della clinica chiedendo loro di aiutarmi a sentire il benedetto soffio. NESSUNO lo sente.
Allora, io dico. Ma sarà così stronzo che pur di non ammettere che ha sbagliato mi dice "Eh, dai! Ma se non senti questo soffio...!"? Tutto supponente? Sono sicura che lui si è accorto subito dell'errore, che nella fretta può capitare a chiunque, però ha voluto farmi credere che ero io a sbagliare. E' questo suo atteggiamento che mi manda in bestia.
Poco dopo, in presenza di una delle dottoresse, mi prende per i fondelli perchè non piego i pacchi chirurgici in modo consono (secondo lui). Ma proprio da cafone.
Ebbene, mi sto stufando. Tra un po' o lo capisce da solo che deve stare al suo posto o glielo faccio capire io: il fatto che io sia la meno qualificata, la più ignorante e la più incapace della clinica non gli dà comunque il diritto di trattarmi così. O no?
Bom.
Dodici maggio, ricordiamolo come il giorno in cui ho fatto la mia prima visita in ambulatorio.
Con più cognizione di causa, avrei voluto, ma questa tesi non mi lascia il tempo di occuparmi delle cose importanti. E mi sta facendo dimenticare come si costruiscono le frasi in italiano.
Lunatica. Mi incendio e mi spengo in un attimo, ma nel frattempo riesco comunque a distruggere delle cose. Impulsiva. Intuitiva. Generosa. Sensibile, a volte anche troppo. So trovare la forza se serve. Invidiosa. Tendenzialmente pessimista. Introversa e diffidente, ma chi entra nella mia vita difficilmente ne esce. Non posso fare a meno di perdonare le persone che amo. E un po' andata a male.
Leggo
Stephen King (tra i miei preferiti: It e La Torre Nera)
Ray Bradbury
Josè Saramago
Alessandro Baricco
Isaac Asimov
Gabriel Garcìa Mà rquez
Dino Buzzati
Niccolò Ammaniti
Daniel Pennac
Isabel Allende
Abraham Yehoshua